Edoardo Vianello, intervista al re dei tormentoni anni Sessanta| Musica361

Edoardo Vianello

Articolo di Massimiliano Beneggi di www.musica361.it | Link articolo originale

Dalla? Fenomenale. Che delusione dai Ricchi e Poveri…

Edoardo Vianello

Straordinario fantasista di emozioni da ballare. Lungimirante produttore.  Prima di cantare in romanesco successi come Semo gente de borgata, si inventa un modo sincopato di interpretare la spensieratezza e l’amore delle estati anni Sessanta. Edoardo Vianello è il primo vero creatore di tormentoni, tanto che gli vengono attribuite anche canzoni di quegli anni non sue: “Me le chiedevano tutti, le ho reincise qualche anno fa per creare più confusione”. Cominciamo quindi da lui il nostro ciclo di interviste sui successi estivi.

Il capello fu scritta nel ‘59 ma uscì solo nel ’61. Come mai?

I discografici non erano convinti. Non avendo il potere in quel momento imporre le mie idee, mi fidai di loro. Invece quando la incisi divenne anche il primo successo: il tema della gelosia è sempre attuale. C’è tutto in quella canzone: sembra il copione di un film.

C’era la volontà di lanciare qualche messaggio subliminale creando dei tormentoni?

No. Mi piaceva trovare, insieme a Carlo Rossi, degli slogan facilmente memorizzabili, ma senza pensare che potessero essere tormentoni. Ho sempre scritto per divertire, senza prendermi sul serio. Mi ispirò il modo ironico di fare musica di Modugno, che condivideva con me, Gianni Meccia e altri la canzone divertente.

Quei brani sono il simbolo di un decennio allegro: cos’erano gli anni Sessanta?

Anni spensierati: quel poco di più che si rimediava rendeva felici. Ogni piccolo progresso era una grande vittoria.

Oggi abbiamo tutto: se manca qualcosa ci si affanna. Mi piacerebbe rivivere quegli anni con lo stesso piacere di far ridere la gente e coinvolgerla. C’era una solidarietà diversa tra noi colleghi.

Mai avvertito un fastidio da parte dei cosiddetti cantautori poetici nei confronti di Edoardo Vianello?

Tanti mi guardavano con aria di sufficienza: non mi interessava. Il cantautorato mi ha sempre affascinato, anche per quello scrissi Oh mio Signore. Le canzoni romantiche, però, si possono fare in qualunque momento: io sono orgoglioso del mio genere, che rappresentò quel periodo.

Al Cantagiro ‘63 (I Watussi) portando con te i Flippers favoristi l’incontro tra Dalla e Paoli, che lo lanciò come cantante.

Una bella accoppiata: conobbi Lucio ancora strumentista: era fenomenale. C’era un’amicizia anche con Paoli, ma poi iniziò a tirarsela e ci allontanammo: non c’è motivo di darsi arie.

Qualcuno ti ha snobbato per poi imitarti…

Può darsi mi abbiano fatto il verso, ma sono anche contento se è servito loro per ottenere un successo. Solo uno però…

Come inventasti la marcatura delle consonanti?

Mio padre declamava le sue poesie scandendo le parole con un uso nuovo delle lettere. Questo mi influenzò inconsciamente.

Le mie canzoni sono sul filo del rasoio tra l’essere idiote e l’essere geniali: le rendo più importanti, facendo passare il genio.

Non posso credere che negli ultimi tempi nessuno abbia mai proposto un featuring estivo a Edoardo Vianello.

Talvolta qualcuno mi propone qualcosa, ma i provini mi deludono e quindi non li incoraggio. L’unico davvero interessante fu Brusco che, anni fa, citò Abbronzatissima.

Sarebbe stato bello vederti per la reunion dei Ricchi e Poveri, che lanciasti con Califano.

Sono rimasto deluso perché non siamo stati ricordati né io né il Califfo. Gli artisti dimenticano quando non fa più comodo: nel ’70 mi giocai ogni carta, anche a mio discapito, pur di portare a Sanremo (con La prima cosa bella, ndr) quei ragazzi in cui credevo tantissimo.

C’è qualcosa che non hai fatto finora e ti piacerebbe realizzare?

Mettendo serietà e onestà nel mio lavoro, ho sempre fatto tutto quello che desideravo. Vorrei svegliarmi con un’idea geniale, ma è inutile sognare un’altra mattinata di ispirazione quando è dal 1982 che sento dire che stanno tornando gli anni ’60. Perché affannarmi?

Per chi scriverebbe oggi un brano Edoardo Vianello?

Nessuno. Scrivere una canzone col rischio di sentirla rifiutare mi deprimerebbe. La partita di pallone infatti non fu proposta da me a Rita Pavone, ma da un’altra persona. I miei brani vanno cantati solo come li faccio io: detesto quando pensano di omaggiarmi e talvolta sbagliano anche gli accordi!