Frah Quintale: “Banzai significa buttarsi e osare” | Intervista

Frah Quintale: "Banzai significa buttarsi e osare" | Intervista

Articolo di ExitWell di www.exitwell.com | Link articolo originale

– di Riccardo De Stefano
foto di Valentina De Zanche –

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All’esordio dell’estate torna Frah Quintale con “Banzai (lato blu)“, seconda fatica discografica dopo l’esordio solista nel 2017 con “Regardez moi”. L’album, uscito il 26 giugno per Undamento, è la prima parte di un disco doppio, e lanciato dai singoli “Buio di giorno” e “Amarena”, ci mostra Frah Quintale affrontare il lato più personale e intimo dei suoi brani, tentando strade e direzioni musicali diverse.

Uscire dal lockdown, affrontare la crisi musicale, raccontarsi a una generazione nuova: di tutto questo ne abbiamo parlato con Frah Quintale.

La recente crisi ha messo in discussione anche il senso di fare musica. Cosa vuol dire fare uscire un secondo disco in questo periodo?

La roba più strana è che in genere esci con un disco e sei pronto a portarlo live, ora con la pandemia sarà tutto confinato all’ascolto tradizionale, su cd o streaming. Sarà  strano non suonarlo subito, ma forse è un momento in cui magari l’ascolto ha più attenzione. Sono curioso, vediamo che succede.

Hai avuto dubbi o pensato se rimandarlo?

Era comunque previsto prima, ma solo di pochi mesi, a maggio. Il lockdown ci ha dato il vantaggio di  avere più di tempo per lavorarci, ma il lockdown non ha cambiato molto la sorte dell’uscita.

Il disco si presenta come un doppio album, con la versione blu. Un po’ come i Pokémon, versione blu e rosso?

Esatto! (ride) No scherzi a parte, per la seconda parte non abbiamo comunicato niente! Ci stiamo concentrando su questa. Sono stato molto fermo, il primo disco è uscito nel novembre 2017 ed era tempo di uscire con nuova roba. Non ho mai smesso di lavorare e aprire nuovi progetti, ci siamo ritrovato dopo un anno e mezzo con tantissimi pezzi. Quando lavori a un disco fai una selezione limitata, tante robe vengono scartate, qui c’era tanto materiale che volevo prendesse vita. Per giustificare questa assenza ci stava una doppia uscita, i pezzi erano tanti e tempo ne avevamo: abbiamo deciso di dividere in 2 parti questi 10 pezzi, che sentivo legati dall’atmosfera blu, decidendo di puntare su questa cosa del colore.

Sei spaventato dalla reazione a un doppio lavoro discografico, in un’epoca dove conta solo il singolo?

Sono tranquillo, anche con l’etichetta siamo molto liberi, non abbiamo troppi vincoli, ci gestiamo tutto in Undamento. Non mi spaventa, è un esperimento che abbiamo già fatto con Regardez Moi: prima di uscire avevamo una playlist su Spotify dove mettevamo i pezzi, i provini, li toglievamo, mettevamo gli strumentali, i remix… ci piace giocare con la piattaforma di Spotify, ti fa vedere come sviluppare un lavoro anche da fruitore, è tutto molto più in diretta, è un plusvalore.

Quando arriva allora il momento in cui decidi che tra tutte le versioni alternative, queste sono le canzoni, in queste vesti?

Arriva perché deve arrivare, e qualcosa deve uscire! Abbiamo scelto i brani più pronti e che stavano bene insieme, i brani che secondo me andavano bene a coppia. È stato naturale, e il doppio disco ci dà il vantaggio di fare una special edition dove poter cambiare e modificare, è tutto molto creativo.

C’è un concept? Già “Intro (fogli colorati)” e la natura duplice del lavoro sembrano sottolinearlo.

In questi primi 10 pezzi c’è un’armonia: la prima traccia, “Intro”, racchiude il periodo di divisione tra il vecchio disco e il nuovo e apre un nuovo capitolo. “Buio di giorno”, seconda canzone, è stata uno spartiacque nei miei lavori. Il disco è autobiografico e racconta le situazioni sull’amore, la vita quotidiana, sulle relazioni finite, sul restare da soli… affronta tanti temi che mi hanno toccato negli ultimi anni, quello che sarà in divenire e le cose del momento.

Il tuo primo album, “Regardez moi”, significa “guardatemi”, quasi per presentarti sulla scena. “Banzai” cosa vuole dimostrare?

Banzai è una parola giapponese di buon auspicio, me la ricordo soprattutto per “Mai dire Banzai”, ed è curioso perché è anche la parola usata dai kamikaze, ha un doppio significato, positivo ma anche amaro. Mi piaceva questo perché è applicabile anche al successo, che ha due facce: ci sono delle aspettative sul secondo disco e i discorsi che facevamo durante la preparazione finivano sempre con la voglia di buttarsi, di provare e osare. Mi sembrava un mantra da ripetere, ed è una parola che ho utilizzato anche come alias nei graffiti, così come “Regardez moi” è scritta su un palazzo, mi piace che la mia musica sia legata al mondo dei graffiti, poi non è né maschile né femminile e mi sembrava un bel titolo.

Il disco mi sembra molto “tuo”, anche visivamente. Come nel video di “Contento”, realizzato da te. Pensi che sia necessario sovrapporre l’immaginario visivo alla tua musica? Qual è il confine tra arti visive e musicali?

Secondo me non c’è un confine: questa scelta è un plusvalore, mi dà la possibilità di parlare due lingue, parlare con la musica e le immagini, vedere colori e immagini e istintivamente associarle. “Contento” è molto personale, il video ha molti sketch disegnati da me, alcuni ad hoc, ma altri durante i tour. Mi piace che se non ci arrivo con le parole, ci arrivo con le immagini: forme e colori aiutano a vedere delle cose oltre la musica, per aiutare a concepire il disco come lo intendo io, rendono tutto più chiaro.

Tutto il disco è molto intimo e personale. Come vivi la necessità di esprimere la tua vita, ma anche di doversi esporre in maniera così manifesta?

Quando scrivo son da solo, fare musica è terapia, la sento molto mia, prima di accontentare gli altri cerco di accontentare me, so che ci sono delle conseguenze a dire cose molto intime, ma è il mio modo per esternare sensazione e vivere momenti. Capisco che ora il pubblico si è ampliato, ma vivo tutto con serenità perché in primis lo racconto a me stesso. Quando mi scrivono che anche gli altri hanno vissuto certe cose è bello, si crea un bel legame.

Siamo la generazione che si è trovata a metà tra la voglia di fare e il “fuoriluoghismo dell’anima”, siamo tutti in cerca di qualcosa che non troviamo, forse acuito dal lockdown. Il disco seppure molto personale, riesce a essere generazionale dando questo taglio malinconico, parlando delle difficoltà del mondo. Cosa ne pensi di questa nuova generazione di adolescenti e post adolescenti, come la vedi? Questa sorta di “disagismo” è reale o di facciata?

Vedo in tante cose un sovraflusso di informazioni, quando hai tanti input fai fatica a scegliere dove andare: esempio stupido, una volta c’era il rock e il rap e potevi scegliere tra i due, oggi ci sono tante cose sovrapposte e ci sentiamo smarriti senza sapere cosa scegliere. C’è comunque la “malattia” del dire “le generazioni nuove sono peggiori”,  quando invece non cambia mai niente. Oggi c’è tanto caos e si fa fatica a trovare calma e a cercare la nostra direzione. Fortunato chi la trova!

A proposito del superamento dei limiti, una volta c’era il pop e il rap, oggi c’è una fusione, come il graffiti pop di cui penso tu faccia parte. Eppure, il disco ha tinte R’n’B, un genere che in Italia non è mai andato troppo forte. Cosa ti ha spinto verso questa apertura? Hai ascolti particolari?

Sono sempre stato fan del soul, ho sempre avuto ascolti internazionali. Una volta in studio quelle sonorità hanno spinto il disco in quella direzione, con la roba funk e soul e per assurdo anche il reggae, un genere che influenza molto soprattutto sul cantato. 

Nelle community web fece scalpore l’uso del falsetto in “Buio di giorno”. Perché secondo te è successo?

È una questione culturale. Se ci pensi il falsetto in Italia sono i cugini di Campagna o al più Pino Daniele, la gente non sapendo cosa ti ispiri ti accomuna subito a queste cose. Avevo un po’ paura che non fosse capito ma è bello dare nuovi input e direzioni, magari domani chi farà un falsetto non sarà soltanto un Pino Daniele.

L’album è uscito: quali speranze per questo e quali sviluppi per la seconda parte?

Parto da zero aspettative. È un lavoro dove ho messo tanto impegno e si sente, è un disco non prettamente pop, ma più colorato e personale. Penso sia un momento in cui la gente vuole cose nuove, diverse, ho sperimentato tanto. La paura è di aver fatto il passo più lungo della gamba: quando è uscito “Buio di giorno” ho capito però che era il momento di aprire tutto e fare quello che sentivo, perché ce n’è bisogno. Spero che aggiunga una nuova prospettiva sul buttarsi, sul fare. Se vedo i ragazzi più piccoli hanno magari solo tre o quattro reference. C’è poca gente che si butta e prova altro, io penso di provarci e spero sia una ispirazione a buttarsi e a fare cose.