WITCHES OF DOOM – Un tocco di dark

WITCHES OF DOOM - Un tocco di dark

Articolo di di metalitalia.com | Link articolo originale

Al terzo disco, i romani Witches Of Doom si sono guadagnati una solida fanbase e un’identità piuttosto marcata all’interno dell’affollato filone stoner/doom. Un’etichetta nel loro caso sbrigativa, semplice crocevia per uno stile che richiama la darkwave, l’hard rock, qualche ammiccamento pop, muovendosi agilmente heavy in un calderone di sonorità che, prese singolarmente, non avrebbero i numeri per stupire. Dopo tutto, non è negli obiettivi della band quello di sorprendere o sperimentare chissà cosa, mentre è nelle sue corde quello di suonare musica dark, heavy quel che basta, melodica e intrigante. Un risultato già centrato coi primi due album e ora consolidato con il buon “Funeral Radio”, il disco più heavy prodotto finora e anche quello più continuo e sicuro dall’inizio alla fine. Il cantante Danilo “Groova” Piludu ci illustra come si è giunti all’album e va nel dettaglio nello spiegarci cosa si nasconda dietro i Witches Of Doom.


“FUNERAL RADIO” È IL VOSTRO TERZO ALBUM E MI PARE SEGNI UN PICCOLO STACCO COI DUE PRECEDENTI: QUEST’ULTIMO È PIÙ METAL, PIÙ DOOM, PASSA UN ATTIMO IN SECONDO PIANO L’ALONE GOTICO CHE SI SENTIVA IN “OBEY” E “DEADLIGHTS”, A FAVORE DI UN APPROCCIO ABBASTANZA MUSCOLARE, TALVOLTA QUASI SLUDGE. A COSA DOBBIAMO QUESTA EVOLUZIONE?
– “Funeral Radio” è frutto di un lavoro più lungo, meditato e travagliato rispetto ai dischi precedenti. “Obey” era un disco di pancia, pubblicato dopo nemmeno un anno dalla nostra formazione, fortemente ispirato alle sonorità gothic e doom. Era fondamentalmente un disco d’istinto. “Deadlights” (il secondo disco) era frutto dell’inserimento in pianta stabile del tastierista: ha un po’ cambiato quelle che erano le regole e le abitudini compositive fino a quel momento. Abbiamo voluto sperimentare di più su certe sonorità darkwave e industrial, per certi versi. Nei successivi quattro anni abbiamo cambiato spesso formazione, con una costante: io (Danilo, voce) e Fed (chitarra). Per questo terzo disco abbiamo semplicemente concentrato la nostra attenzione sulle canzoni e non su un filone particolare. Abbiamo semplicemente lasciato che venissero fuori in modo naturale, senza porci limiti di sorta. Per assurdo, forse è un disco ancora più istintivo rispetto ad “Obey”.

GUARDANDO AI PRIMI DUE DISCHI, CHE GIUDIZIO GLI DARESTE ADESSO? IN GENERALE CHE RISCONTRO HANNO AVUTO E COME VI HANNO AIUTATO NELL’ARRIVARE A DOVE SIETE ORA?
– Siamo assolutamente legati a tutti i dischi pubblicati, e non abbiamo una particolare classifica interna. Entrambi sono parecchio presenti in tutti i nostri live set, senza sbilanciarci verso un album a dispetto dell’altro. Abbiamo sempre cercato un’evoluzione, sia per il sound (che ad oggi è abbastanza riconoscibile e personale, spero) sia per il songwriting. Per quanto riguarda il riscontro, la cosa più piacevole è stata avere dai feedback della prima ora segnali positivi di riconferma, e questo ci fa capire che abbiamo percorso la giusta strada.

“FUNERAL RADIO”, UN TITOLO CHE, ALLE MIE ORECCHIE, SUONA COME IL VOLER PRESENTARE LA VOSTRA MUSICA COME QUALCOSA DI LEGATO A UN IMMAGINARIO ORRORIFICO, MA CHE SA ESSERE DIVERTENTE E COINVOLGENTE. COSA INTENDETE VOI PER ‘RADIO FUNEBRE’?
– Abbiamo sempre amato titoli ed ambientazioni estremamente dark. È un suggerimento: c’è il brano omonimo sul disco che nel ritornello dice “tune in funeral radio 666”. Come sintonizzarsi su una frequenza diabolica, una specie di evocazione. Non c’è un messaggio blasfemo, ma un invito a ricercare un nostro io interiore più profondo, esplorare di più dentro se stessi, invece che vivere semplicemente di superficialità e aperitivi.

IL DISCO SUONA MOLTO BENE, CREDO CHE SIA QUELLO CHE FINORA GODE DELLA VESTE SONORA MIGLIORE ALL’INTERNO DELLA VOSTRA PRODUZIONE. DOVE LO AVETE REGISTRATO? CHE TIPO DI SUONI ANDAVATE CERCANDO E QUANTO VOLEVATE DISTACCARVI DA QUELLO DEI DUE ALBUM PRECEDENTI?
– Siamo ritornati alle origini. Ci siamo affidati alle mani sapienti di Fabio Recchia (Germanotta Youth, Nohaybanda) dell’Hombrelobo studio di Roma. Da li è partito tutto, visto che abbiamo registrato lì “Obey”. Nel disco precedente avevamo collaborato con Fredrik Folkare degli Unleashed, in Svezia. Rispetto al sound un po’ più patinato e swedish però siamo voluti tornare ad un impatto più diretto. Oltre al lavoro di regia c’è anche da aggiungere che Fabio è sempre stato determinante anche riguardo l’arrangiamento dei brani e, per quest’ultimo disco, ha registrato tutte le parti di tastiere.

LA CANZONE PIÙ PESANTE E CUPA DELL’ALBUM È A MIO MODO DI VEDERE LA TITLETRACK, QUASI PALUDOSA IN ALCUNI RIFF E RITMI; QUELLA PIÙ LEGGERA E QUASI ‘ROMANTICA’ PER CERTI VERSI, È INVECE “GHOST TRAIN”, TRACCIA D’ATMOSFERA SE RAFFRONTATA ALLE ALTRE PRESENTI IN TRACKLIST. DI COSA PARLANO E COS’HANNO IN COMUNE, ALL’INTERNO DEL VARIEGATO VENTAGLIO STILISTICO DELLA VOSTRA MUSICA?
– Sin dal primo disco posso dire che ci sono alcune costanti: oltre all’impatto puramente metal ci è sempre piaciuto affrontare almeno un tema più intimo, più di atmosfera, appunto. Ovviamente, lo facciamo a modo nostro, dando sempre un’aura abbastanza sinistra. Sul primo disco lo abbiamo fatto con “Crown Of Thorns”, per esempio. Nel nostro DNA abbiamo avuto sempre la melodia sui brani, anche quelli che cercano di allontanarsi dalla classica forma-canzone. E’ indubbio che i nostri ascolti si siano riflessi su ciò che facciamo, non lo abbiamo mai nascosto. Può essere un limite, a volte, ma a noi piace pensare che questo mix invece ci caratterizzi.

NEI VOSTRI ARTWORK C’È SEMPRE AL CENTRO UNA FIGURA FEMMINILE. PERCHÉ QUESTA SCELTA, CHE MI PARE FACCIA RIFERIMENTO A UN IMMAGINARIO CINEMATOGRAFICO ABBASTANZA VASTO E NON ORIENTATO A UN SINGOLO GENERE/PERIODO STORICO?
– Abbiamo fascino e rispetto per il cinema d’autore, l’iconografia cinematografica soprattutto dal sapore vintage. Sul primo e sul terzo disco ci siamo attenuti ad elementi che richiamavano appunto questo, ed in modo particolarmente marcato. Sul secondo disco il tema era un po’ più esoterico. Tutte le copertine sono state realizzate da Carlo Muselli, che ha sempre colto nel segno su ciò che stavamo cercando a livello grafico. Le donne nel cinema, soprattutto quello rappresentato nelle nostre copertine, hanno sempre rappresentato il lato dominante del messaggio.

DOVESTE IDENTIFICARE UNA CANZONE DELLA VOSTRA DISCOGRAFICA CHE VI RAPPRESENTA AL MEGLIO, UNA SPECIE DI MANIFESTO DEI WITCHES OF DOOM, QUALE SCEGLIERESTE?
– È come chiedere ad un padre quale sia il figlio prediletto. Ad ogni modo, potrei dire la canzone che riporta il nostro stesso nome. E’ quella da cui è partito tutto, e che non manca mai nei nostri live.

OLTRE AL VOSTRO MATERIALE ORIGINALE, AVETE PUBBLICATO UNA MANCIATA DI COVER FINORA: “NEW YEAR’S DAY” DEGLI U2, “LOVE WILL TEARS US APART” DEI JOY DIVISION, “KINGS OF EVIL” DEI DEATH SS. COME VI SIETE APPROCCIATI A QUESTI STORICI PEZZI E COME PENSATE VI ABBIANO AIUTATO A FAR CONOSCERE IL NOME DEL GRUPPO?
– Le cover hanno sempre fatto parte delle nostre scalette. Abbiamo sempre apprezzato e mai nascosto la nostra voglia di tributare, misurarci e divertire con brani che non fossero nostri. Ad ogni modo abbiamo sempre cercato di ‘imporre’ ai brani il nostro marchio di fabbrica, sperando di esserci riusciti. Nello specifico, “New Year’s Day” è nato come tributo per Peter Steele, nel 2015. Abbiamo evitato di suonare un brano dei Type O Negative, sarebbe stato scontato. Abbiamo scelto quel brano sapendo che era un brano apprezzato dallo stesso Peter, e abbiamo collaborato con un suo amico e compagno di vecchia data per realizzarlo (Paul Bento – Type o Negative / Carnivore). È stato anche il primo lavoro con Folkare al banco regia. “Love Will Tear Us A Part” era un passo obbligato: abbiamo passato tanto tempo a jammarla in sala prove, e ci sembrava giusto rendere merito (sperando di esserci riusciti) ad una delle maggiori influenze della band. Riguardo ai Death SS, stesso discorso. Siamo nati e cresciuti sulle loro note. È venuto assolutamente naturale. Sul fatto che aiutino o meno a farci conoscere, la risposta è sempre controversa: c’è chi apprezza il gesto e il fatto che suoniamo brani di altri artisti sul nostro stile, almeno quanto chi può trovare tutto questo una sorta di vilipendio, facendo magari confronti sterili col brano originale. Il nostro intento non è stato e non sarà mai cercare di ‘fare meglio’ il brano di altri, ma renderlo secondo il nostro stile.

OLTRE AI WITCHES OF DOOM, SIETE IMPEGNATI IN ALTRI PROGETTI ARTISTICI, MUSICALI E NON? COME INFLUENZANO EVENTUALMENTE QUELLO CHE SUONATE NEI WITCHES OF DOOM?
– Fa parte del flusso di idee e di ispirazione che alimentano il fuoco dei Witches Of Doom. Io e Fed abbiamo pubblicato entrambi dei romanzi, nello specifico Fed un libro che ha addirittura ricevuto dei premi letterari (“Un Tram Chiamato Nostalgia”). Abbiamo la fortuna/sfortuna di occuparci di questo come attività principale, nel mio caso per quanto riguarda l’attività discografica. Tutto ciò che è arte non può che alimentare ed arricchire la tavolozza di colori disponibili per poter disegnare il futuro della band.

SIETE RIUSCITI IN QUESTI ANNI A PORTARE LA VOSTRA MUSICA ANCHE AL DI FUORI DELL’ITALIA. VI SIETE IMBARCATI IN DUE MINI-TOUR, ENTRAMBI NEI PAESI BALTICI. CHE TIPO DI ESPERIENZE SONO STATE? COME VI HA ACCOLTO IL PUBBLICO LOCALE?
– Nello specifico i tour sul Baltico si riferiscono ad un pubblico consolidato, come tornare a casa di amici. E’ quasi una banalità dire che l’approccio alla musica dal vivo li è diverso. Non so se vissuto più intensamente, ma di sicuro la partecipazione è assolutamente gratificante. Il tour che comunque ci ha dato la possibilità di tastare il polso su quello che poteva essere il gradimento verso un pubblico diverso è stato quello con Michale Graves (Misfits), che ci ha portato tra Austria, Germania, Olanda, Belgio. Abbiamo venduto parecchio merchandising, acquisito nuovi followers nelle piattaforme, ricevuto gratificazioni ed avuto un feedback che ci ha convinto a perseverare in quello che stiamo facendo tuttora.

SPERANDO CHE QUESTO PERIODO DI GRANDE INCERTEZZA, SOPRATTUTTO PER QUANTO RIGUARDA TUTTA L’INDUSTRIA DELLO SPETTACOLO E DELL’INTRATTENIMENTO IN GENERALE, PASSI IL PRIMA POSSIBILE, DOVE VI PIACEREBBE PORTARE LA VOSTRA MUSICA?
– Il nostro ‘core’ per quanto riguarda il pubblico è negli Stati Uniti, è li che abbiamo sempre registrato sin dal primo disco i dati di vendita più interessanti. Credo sia il sogno proibito di qualsiasi band emergente varcare la soglia dell’Europa. Avevamo già in programma un tour europeo che è stato ovviamente rimandato e contiamo di riprendere appena la situazione lo permetterà. Ma non abbiamo fretta, non siamo arrabbiati del fatto che il disco sia uscito nel pieno della pandemia. Pazienza, la cosa importante è fare in modo che il mondo si riprenda da questo momento che ci ha messo a dura prova.